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Per qualunque
commento o domanda sul contenuto di questi articoli, scrivimi
pure a
info@sportmentale.it.
Art# 1:
Allenamento Mentale
Art# 2:
Tecniche per neutralizzare l’ansia da prestazione
Art# 3:
Sport mentale per il golf: Tecniche Mentali per migliorare il
PUTT
Art# 4: Sport Mentale per il golf: Migliora il tuo
SWING con
l'Allenamento Mentale
Art# 5:
Andare oltre i propri limiti inconsci: l’importanza di estendere la
propria
Zona di Comfort
Art# 6: L'esperienza
della zona
Art# 7
: Il
modellamento
Art# 8
: Modellare
l'eccellenza: 13
attitudini da campione
Art# 1: Allenamento Mentale
L’Allenamento
Mentale
applicato allo sport si affianca alla
tradizionale preparazione fisica e tecnica.
Il
risultato di una performance sportiva ha infatti tre componenti:
·
fisico
·
tecnico
·
mentale
Il 90%
degli sportivi (e non solo) ha una performance che è inferiore
(spesso di molto) al proprio potenziale fisico e tecnico.
Nello
sport in generale la parte mentale pesa mediamente per l’80%,
nel golf è addirittura del 90%.
Due
giocatori, entrambi con una buona preparazione tecnica, possono
avere performance enormemente differenti sul campo, e la
differenza tra i due sta principalmente nelle loro abilità
mentali, ovvero nella loro abilità di gestire le emozioni nei
momenti critici che determinano l’esito del gioco.
Un
giocatore esperto con una buona preparazione tecnica e fisica
conosce bene il proprio potenziale tecnico, ma sono pochi i
giocatori che riescono a giocare al proprio meglio in modo
costante; e questo a causa delle varie interferenze.
Un
giocatore che invece sta ancora affinando la propria tecnica ha
bisogno sia di un istruttore tecnico sia di un allenatore
mentale in modo da:
·
neutralizzare le interferenze che gli impediscono di migliorare
tecnicamente
·
rinforzare la sua capacità di imparare e di migliorare.
In
entrambi i casi, quanto maggiori sono queste interferenze tanto
peggiore è il risultato della performance:
performance
= Potenziale – Interferenze.
In molti sport, come
per esempio golf tennis calcio basket,
queste interferenze sono soprattutto di natura mentale, per
citarne alcune come esempio:
stress,
tensione, frustrazione, nervosismo, paura di sbagliare, ansia da
prestazione che possono derivare dall’aver appena sbagliato un
colpo o una serie di colpi, da un giro che non sta andando
bene, dall’aver perso il precedente torneo, dal non avere molta
confidenza col campo, dal sentire la pressione del pubblico e
degli avversari, specie se sono molto competitivi….
Interferenze mentali che possono influire negativamente sulla
parte fisica creando disturbi ben noti a molti giocatori,
disturbi che non a caso si manifestano nei momenti più
importanti del gioco (per esempio poco prima o durante un putt,
nel golf).
Fortunatamente si tratta di interferenze che possono essere
gestite e neutralizzate attraverso esercizi di allenamento
mentale, da affiancare agli esercizi tecnici e fisici,
migliorando in questo modo i risultati e aumentando, spesso
enormemente, il piacere e la soddisfazione di praticare uno
sport.
A presto
Art# 2: Tecniche per neutralizzare l’ansia da prestazione
Tutti gli sportivi
fanno errori quando giocano.
Gli errori di
gioco che hai fatto nell’ultima partita o nelle ultime partite
fanno parte del tuo passato.
E’ una realtà
oggettiva che nessuno può cambiare.
Purtroppo
l’impatto emotivo di quegli errori passati può influire sulla
tua prestazione attuale e futura secondo dei meccanismi inconsci
di cui spesso non sei consapevole.
Questo può portare
a reiterare un certo tipo di errore e andare ad alimentare
l’ansia da prestazione.
Anche i
fuoriclasse commettono errori, ma ne commettono molti di meno:
questo perché hanno l’abilità di giocare il colpo successivo o
l’azione successiva come se fosse la prima, senza farsi
influenzare dall’errore precedentemente commesso.
Saggezza e
buonsenso tradizionali porterebbero a dire:
basta dimenticare l’errore
e andare avanti.
Se chiedete a un
giocatore di golf, o ad un qualunque altro sportivo, se questa
strategia funziona, vi risponderà che dal punto di vista logico,
la cosa ha un suo
(buon)senso,
ma quando sei sul campo le cose vanno differentemente.
Se ti chiedo:
riesci a ricordare gli errori peggiori e più imbarazzanti che
hai fatto durante la tua carriera di giocatore?
Scommetto che la
risposta è si.
E magari forse
riesci anche a riderci sopra, adesso mentre sei qui seduto
davanti al tuo computer, mentre leggi questo articolo.
Ma cosa accade se
ci pensi mentre sei in campo, e magari stai giocando una palla o
un’azione importante?
Probabilmente non
avresti molta voglia di scherzarci su. Vero?
Anzi, quando sei
in gioco, eviti di pensarci consciamente perché hai il terrore
di ripetere quell’ errore: e posso dirti che questa è
un’esperienza normale e condivisa da milioni di sportivi.
Ormai quasi tutti
sanno che il cervello non processa la negazione.
E' famosa la prova
dell’elefante rosa a pallini blu: se ti dico di NON pensare a un
elefante rosa a pallini blu, in realtà prima lo devi immaginare
e poi ci metti una croce sopra, oppure ti dici ‘Non
devo pensarci!’
Ma intanto lo hai
pensato.
Questa è una cosa
abbastanza nota ed è una delle cose già trattate anche dalla
tradizionale psicologia dello sport e la trovi in un qualunque
manuale di PNL.
Quindi un
giocatore di un certo livello, in un’azione di gioco importante,
non si sognerà mai di dirsi o di pensare ‘NON
devo ripetere l’errore che ho fatto quella volta ……’,
perché sa bene che questo andrebbe ad alimentare l’ansia da
prestazione, con risultati mediocri.
Purtroppo la
questione è un altra: anche se puoi
non pensare
consciamente agli errori del passato, questo non vuol dire che
questi errori non possano avere effetto sulla tua prestazione.
Mi spiego meglio.
Gli errori del
passato, sotto forma di immagini, suoni, sensazioni e,
sopratutto, emozioni, sono memorizzati nel tuo inconscio, pronti
per essere richiamati insieme a tutto il loro carico emotivo
quando meno te l’aspetti.
Spesso è
sufficiente uno stimolo esterno (visivo, uditivo, cinestesico,
etc.) per richiamare inconsciamente un’emozione (positiva o
negativa) che è collegata ad un evento del passato.
In PNL, questo
stimolo esterno viene chiamato ancora
(per un approfondimento sulle ancore in PNL
clicca
qui).
E' impossibile
controllare consciamente tutti gli stimoli che arrivano dal
mondo esterno e questo può avere un effetto poco piacevole sulla
tua performance mentre sei in gioco, senza che tu riesca a
capirne il perché.
In certi sport
come il tennis, il golf, la scherma, il tiro a segno, il calcio,
il basket, questo effetto può essere devastante.
Tutta la nostra
vita è disseminata di stimoli di questo tipo.
Per fortuna ci
sono gli stimoli che ci fanno stare bene (per esempio quando
guardiamo i trofei delle nostre vittorie, per questo li teniamo
in vista in una vetrina apposita), ma purtroppo ci sono anche
gli stimoli che limitano la nostra capacità di essere al meglio
del nostro potenziale.
E molto spesso si
tratta di stimoli insidiosi proprio perché non ne siamo
consapevoli.
E allora?
L’Allenamento
Mentale con tecniche di EFT e PNL può dare una grossa mano a
eliminare l’interferenza emotiva legata a errori passati, specie
quelli che commettevi quando eri alle prime armi, riducendo
l’ansia da prestazione e creando tutta una serie di ancore
funzionali per richiamare le risorse che permettono allo
sportivo di sfruttare al meglio il suo potenziale.
A presto
Art# 3: Allenamento mentale per il Golf
Prima parte: Tecniche di
allenamento mentale per migliorare il putt.
Introduzione
Il performance
coaching o allenamento mentale per i giocatori di golf può
essere one-to-one, oppure con gruppi di massimo 6-8 persone.
Coaching
one-to-one e coaching di gruppo hanno modalità operative differenti.
In questo articolo
parleremo del coaching one-to-one applicato
principalmente al putt.
In un articolo
successivo focalizzeremo la nostra attenzione sul
perfezionamento del swing.
Non ci sono
particolari esigenze ambientali per applicare una sequenza di
coaching, anche perché, come vedremo in seguito, spesso i
risultati si possono apprezzare subito, e meglio, sul campo.
Spesso inoltre,
una sequenza di coaching auto-applicata sul campo durante il
gioco ufficiale, può aiutare al mantenere o recuperare la concentrazione
necessaria nei momenti critici e quindi risollevare le
sorti di un gioco che pareva ormai compromesso.
Per giocatori con
una tecnica ottima o eccellente, il gioco è principalmente
mentale, e quindi con un programma di allenamento mentale si
possono ottenere risultati notevoli in tempi relativamente rapidi.
Per giocatori che
stanno ancora lavorando alla tecnica, con un programma di
allenamento mentale diventa più facile essere perseveranti e
avere fiducia nella propria capacità di crescere tecnicamente e
misurarsi con nuove sfide.
Il programma di
massima che mi accingo a descrivere funziona bene anche, se opportunamente adattato e personalizzato,
in molti altri sport come il tennis, basket, scherma, calcio,
tiro a segno, etc.
La prima sessione
La prima sessione
può essere telefonica, oppure di persona, in ufficio o in campo.
Serve a individuare la situazione attuale, ovvero il
punto di partenza in cui si trova il giocatore prima di iniziare
il programma di Performance Coaching. Le informazioni raccolte
attraverso una breve intervista serviranno a definire e
concordare le aree di miglioramento e gli strumenti necessari ad
ottenere i miglioramenti desiderati.
Lo spirito con cui
si affronta la prima sessione nasce nella consapevolezza che ci
sono sempre aspetti del gioco che si possono migliorare e che
questi miglioramenti possono fare la differenza nel risultato
finale.
Il performance
coach è totalmente aperto ad ascoltare le richieste del
giocatore, in modo che già la prima sessione dia dei risultati
apprezzabili.
Per esempio,
spesso il giocatore può già notare una notevole riduzione del
livello di stress o di ansia legato a particolari aspetti
del gioco.
In prima sessione
è infatti già possibile lavorare su alcune parti del gioco
particolarmente sfidanti, in cui il giocatore ha qualche
problema di corretta esecuzione.
Se necessario,
vengono assegnati pochi semplici esercizi da fare tra la prima e
la seconda sessione. Questo agevolerà l’ apprendimento delle
tecniche di performance coaching specifiche, accelerando
l’ottenimento dei risultati desiderati.
Sessioni sul green
La seconda o, al
massimo, terza sessione si tiene in campo: in questo modo è
possibile toccare con mano un miglioramento concreto. In realtà,
spesso, il giocatore potrà già notare dei miglioramenti nel
gioco già dopo la prima sessione.
Ecco perché sul
campo viene effettuata una prova che permette di confrontare il
prima e il dopo l’applicazione della sequenza di
coaching.
La prova viene
fatta interamente intorno ad una buca, e consiste nel praticare
20 putt da 4 posizioni diverse, ovvero 5 tiri da ogni
posizione, da una distanza di circa 6 metri.
Prima di iniziare
la prova, si fa qualche putt di riscaldamento in modo da
prendere confidenza con eventuali deviazioni o gradini presenti
sul green da ciascuna delle 4 posizioni selezionate.
Questo consente di poter confrontare oggettivamente il prima
e il dopo, senza che si possa, troppo semplicisticamente,
attribuire il miglioramento del dopo ad una maggiore
confidenza col terreno.
Spesso il miglioramento è comunque
talmente netto da non poter essere attribuito alla sola
conoscenza del green specifico.
I putt vengono
valutati come
‘ottimo’, ‘buono’,
‘discreto’, ‘scarso’,
sia prima che dopo.
Cosa si intende
per
‘ottimo’, ‘buono’, ‘discreto’, ‘scarso’
va concordato prima di iniziare e deve tenere conto del livello
del giocatore.
Un esempio di
classificazione dei 20 putt previsti sul green può essere il
seguente:
Ottimo: pallina in
buca
Buono: pallina entro i 50 centimetri dalla buca
Discreto: pallina tra i 50 ed i 100 centimetri dalla buca
Scarso: pallina oltre i 100 centimetri dalla buca
Ovviamente il
criterio deve rimanere lo stesso sia per la valutazione dei 20
tiri prima, sia per la valutazione dei 20 tiri dopo.
Nella maggior
parte dei casi, il confronto del prima e del dopo
permetterà di notare dei miglioramenti sostanziali.
Spesso dopo una
prova si apprezza un aumento del numero di tiri ‘ottimi’ e
‘buoni’ ed una conseguente riduzione del numero di tiri ‘discreti’,
con un frequente azzeramento dei tiri ‘scarsi’.
Se non ci dovesse
essere un miglioramento apprezzabile, niente paura: è comunque
possibile migliorare, ma probabilmente è necessaria un po’ più
di perseveranza con delle sessioni aggiuntive.
Il Performance
Coaching, infatti, permette anche di ridurre stress frustrazione
e affaticamento derivanti da risultati scarsi,
aumentando concentrazione e motivazione.
Le tecniche che
propongo consentono infatti di neutralizzare la tensione emotiva
legata agli errori pregressi in modo da approcciare il colpo
successivo con concentrazione e sicurezza (vedi articolo #2 di
questa rubrica).
Allenamento Mentale sul
percorso
Dopo 2-4 sessioni
su vari aspetti del gioco che il cliente desidera migliorare, è
possibile procedere con delle sessioni di allenamento mentale in
campo durante un percorso di 6, 9 o anche 18 buche.
L’alternanza di
tiri e sequenze di coaching permette di neutralizzare più
efficacemente dal vivo altri aspetti del gioco che il giocatore
percepisce come particolarmente critici, affaticanti o
disagevoli.
Esplorare i vari
aspetti del gioco su un percorso, è infatti un processo che
permette di scovare le
ancore
negative che il giocatore ha inconsciamente associato a
particolari momenti o punti del percorso stesso.
Per approfondire
il concetto di
ancora,
vedi anche l’articolo presente in questa rubrica:
‘Tecniche per
ridurre l’ansia da prestazione legata ad errori di gioco
passati’).
Alcune sessioni
sul percorso permettono al giocatore di assimilare in modo
naturale le sequenze di coaching, associandone l’effetto
potenziante ai vari momenti del gioco.
Follow up
La tecnica che
propongo ai miei clienti è facile da apprendere per uso
personale e il giocatore può imparare ad applicarla da solo:
-
tra una sessione e
l’altra nel caso sia necessario consolidare determinati
risultati.
-
quando deve trattare un
aspetto critico che non è emerso durante le sessioni con
l’allenatore
mentale.
-
durante il gioco
ufficiale, in eventuali momenti critici e imprevisti, in cui
il performance coach non
può essere presente per forza di cose.
-
fuori dal campo, in altre
aree della propria vita
E’ comunque
previsto periodicamente un contatto di follow up (sessione dal
vivo, telefonata o email) per:
-
valutare i risultati
conseguiti
-
rispondere a domande
-
gestire eventuali aspetti
di cui il giocatore abbia preso consapevolezza nel
frattempo.
Le modalità e la
frequenza dei contatti di follow-up possono essere comunque
concordate tra giocatore e allenatore mentale a seconda delle
necessità.
Risultati
L’allenamento
mentale può portare a un miglioramento dell’handicap in modo
consistente e in tempi rapidi.
La riduzione
dell’handicap può variare dal 20 al 50% su handicap di partenza
inferiori a 30.
Il miglioramento è
tanto più drammatico quanto minore è l’handicap.
Per saperne di più
su questo argomento puoi contattarmi scrivendo a
info@sportmentale.it.
Raccomando di
leggere anche gli altri articoli presenti in questa rubrica.
A presto
Francesco Pattarello
Art# 4:
Migliora il tuo swing con
l’Allenamento Mentale
Allenamento Mentale per il Golf (2a parte).
Come si
migliora lo swing e perché normalmente ci vuole molto tempo per
arrivare ad un movimento fluido?
Lo swing è
un movimento complesso composto da tanti micromovimenti e sono
moltissimi gli aspetti che concorrono ad uno swing di successo.
Un
giocatore esperto questo lo sa.
Cercare di
tenere sotto controllo consciamente tutti questi aspetti alza il
livello di stress e spesso compromette tutto l’intero movimento
e quindi il risultato del colpo.
La mente
conscia riesce infatti a gestire una quantità di informazioni
estremamente ridotta.
Un modo per
ottenere e mantenere un movimento fluido e naturale è rendere
famigliari al corpo tutti quei micromovimenti che, adeguatamente
integrati, compongono il movimento completo, in modo che il
corpo lo esegua in modo fluido e automatico (ovvero
inconsciamente).
Famigliare
significa che non c’è nessun blocco o nessuna resistenza ad
eseguirlo e che il movimento viene eseguito senza pensarci,
senza attenzione conscia, come quando premi la frizione
dell’auto prima di cambiare marcia.
Questa
famigliarità dovrebbe arrivare normalmente e naturalmente in un
giocatore che si è esercitato diligentemente per anni e che,
attraverso esercizio continuo e costante, ha raggiunto la
maestria del campione o del fuoriclasse.
Attenzione
però: la ripetizione rende perfetti in quello si ripete.
Quindi se ripeti continuamente un movimento in modo scorretto,
impari a farlo perfettamente ma nel modo scorretto.
Che poi è difficile cambiare.
Ecco perchè gli istruttori di Golf preferiscono lavorare con i
giocatori che non hanno esperienza: è più facile imparare da
zero una buona abitudine che disimpararne una cattiva.
Fortunatamente l’Allenamento Mentale può porre rimedio anche al
problema delle cattive abitudini di gioco, acquisite nel tempo
eseguendo ripetutamente movimenti in modo sbagliato (ritorneremo
su questo argomento).
Al momento
qui ci basta osservare che adesso è possibile raggiungere la
maestria nel swing in tempi più rapidi.
Vediamo
come.
Uno dei modi
migliori per eseguire uno swing ottimale, è avere la parte
fisica e mentale sgombre da qualunque interferenza.
Per
interferenza fisica ad eseguire un movimento correttamente qui
intendiamo la mancanza di famigliarità nel compiere quel
movimento (mentre in un prossimo
articolo parleremo del caso in cui l’interferenza che penalizza
la performance sia dovuta ad un dolore fisico, come per esempio
il mal di schiena).
Ecco come si
procede con l’Allenamento Mentale:
1.) si
applica una sequenza rapida di Allenamento Mentale prima del
colpo: in questo modo viene
neutralizzata ogni resistenza fisica e mentale alla
performance ottimale.
2.) dopo
aver azzerato l’impatto di emozioni o pensieri negativi, si usa
una tecnica di visualizzazione rinforzata da una sequenza di
Allenamento Mentale. Questo consente di installare il movimento
giusto in modo da renderlo famigliare ed eseguirlo
automaticamente senza doverci pensare consciamente.
Il metodo si
compone quindi di due fasi:
a) eliminare
l’effetto delle interferenze negative che penalizzano la
performance
b) aggiungere
componenti potenzianti e funzionali per un colpo/gioco efficace.
3.)
Ora, sei pronto a fare il colpo al meglio del tuo
potenziale
E’ evidente
che, per giocatori che ritengono di non avere bisogno della
fase a), è ovviamente possibile applicare anche solamente la
fase b) in modo da stabilire, raggiungere e consolidare
nuovi obiettivi di miglioramento.
In questo
modo, viene instaurato un circolo virtuoso che permette di
allargare la zona di comfort (torneremo sulla zona di
comfort).
Spesso ci sono
degli elementi del swing che non riescono come dovrebbero.
Molti
giocatori imparano un nuovo elemento del swing in una sola
lezione, ma poi sono riluttanti ad applicarlo sul campo.
I motivi di
questa riluttanza possono essere svariati e cambiano da persona
a persona.
Una sequenza
di Coaching personalizzata può fare molto per neutralizzare
l’effetto penalizzante di questa riluttanza, che in qualche modo
pone un freno, tanto più subdolo e insidioso perché inconscio,
alla performance desiderata.
In altre
parole, puoi superare l’impedimento tecnico-meccanico come se
fosse un impedimento emotivo, usando una sequenza di Allenamento
Mentale per aumentare la fiducia nelle abilità del tuo corpo e
della tua mente di apprendere nuovi movimenti e/o nuovi schemi
funzionali.
Alcuni esempi
di limiti o impedimenti che potresti avere senza esserne
completamente consapevole:
·
stringere troppo l’impugnatura
·
non riuscire a ottenere un giro completo
·
eccessivo movimento della testa
·
non riuscire a rilasciare
il bastone in modo naturale
·
blocco, disagio o affaticamento a fare un nuovo movimento
(ovvero mancanza
di famigliarità)
·
etc etc
Anche in
questo caso la sequenza a) - b) di cui sopra è molto
efficace se applicata correttamente al problema specifico.
I risultati
possono essere stupefacenti, specie nelle situazioni in cui, in
questo momento, sei anche solo in parte consapevole di avere un
impedimento o un blocco di natura fisica e/o mentale.
Quanto esposto
potrebbe apparire troppo semplice, in realtà ci sono almeno due
principali aspetti che contribuiscono al successo della
collaborazione Allenatore Mentale – Giocatore:
- abilità
dell’ allenatore mentale di far emergere e consolidare le
capacità che il giocatore ha di superare limiti e blocchi
emotivi che ne frenano la performance e l’intenzione di
stabilire nuovi graduali obiettivi di crescita.
-
consapevolezza del giocatore che il miglioramento è continuo e
che il successo richiede dedizione, impegno e costanza. La
passione per il golf è fatta anche di questo.
Quanto
descritto in questo articolo può essere adeguatamente
personalizzato per altre specialità sportive come tennis,
scherma, tiro a segno, calcio, basket…e per le varie aree della
vita fuori dal campo di gioco.
A presto
Art.#5:
Andare oltre i propri limiti inconsci:
l’importanza di
estendere la propria Zona di Comfort.
Introduzione
Molti sportivi, anche quelli con un’ ottima
preparazione tecnica fisica e tattica, non riescono a sentirsi
in grado di giocare a un livello superiore al loro livello
attuale.
Questa sensazione limitante è l’effetto mentale
della loro attuale ZdC che li porta a mantenere
inconsapevolmente la convinzione che non riusciranno mai a fare
meglio di così, e pertanto ne limita la crescita agonistica.
In questo articolo, nei limiti dello spazio a mia
disposizione, spiego perché l’allenamento mentale può fare
molto in questo senso.
Articolo
L’allenamento mentale fornisce tutta una
serie di strumenti per superare l’ansia da prestazione, i
blocchi mentali e tutti gli altri nemici dei risultati
eccellenti, e aggiungere nuovi elementi potenzianti per
migliorare la performance.
Nel caso del golf, abbiamo già visto come
sia possibile migliorare in modo consistente e rapido alcuni
elementi del gioco come putt e swing.
C’è inoltre un aspetto che riguarda il gioco
nella sua globalità e che va tenuto nella dovuta considerazione
in quanto determinante nel miglioramento delle prestazioni e
quindi dei risultati.
Questo aspetto globale è detto Zona di
Comfort (da qui in poi abbreviata con ZdC) ed è quell’
insieme di ambiti della nostra vita in cui ci sentiamo al sicuro
e a nostro agio perché tutto ci è ben noto di noi e del nostro
gioco, e riusciamo a controllare il risultato di ogni nostra
azione.
Insomma, la ZdC è la poltrona comoda in cui siamo
sereni, ci sentiamo al sicuro e ce la godiamo, perché magari
abbiamo anche faticato per arrivarci.
Come si identifica la ZdC?
In ogni sport, anche nel golf, la ZdC è la zona a
cui inconsciamente sentiamo di
appartenere.
Per un giocatore di golf, per esempio, potrebbe
trattarsi del suo score o del suo handicap.
Spesso sentiamo giocatori che dicono di se
stessi: “sono un hcp8” , “sono nei 90”, identificandosi
così con il loro livello di gioco o punteggio medio.
Zig Ziglar ha detto che
“non possiamo avere una prestazione costante e
consolidata ad un livello che non sia allineato con chi siamo,
con chi crediamo di essere e con l’immagine che abbiamo di noi
stessi”
E questo vale in tutti i ruoli che ricopriamo
nella nostra vita (giocatore, professionista, manager,
imprenditore, padre, madre, etc…).
Un giocatore che raggiunge un certo livello prova
inizialmente una notevole soddisfazione e per un periodo si gode
questa nuova conquista consolidando la sua sicurezza di far
parte di questo nuovo livello. Per un periodo si gode anche il
riconoscimento di farne parte con altri giocatori, poi però
comincia a prevalere il bisogno di varietà, il desiderio
umanamente comprensibile di andare avanti, di migliorare ancora.
E questo ‘andare avanti’, questo allargare la ZdC
è determinante per poter giocare al meglio del tuo potenziale.
Se ci pensi, hai già fatto almeno un putt
perfetto, un drive perfetto, etc.
Anzi, probabilmente hai già eseguito più di un
colpo perfetto con ognuno dei bastoni che hai nella tua sacca.
Sai già come farlo, perché lo hai già fatto e
questo è stato sufficiente affinché il tuo sistema mente-corpo
lo imparasse.
Pensa a come sarebbe il tuo gioco se riuscissi a
fare un giro semplicemente ripetendo alcuni di quei tiri
perfetti?
Nella tua situazione attuale, questi tiri
perfetti sono dei timidi tentativi di miglioramento, delle
piccole sortite fuori dalla tua ZdC come giocatore.
Parlo di piccole sortite, perché il limite
inconscio imposto dalla tua ZdC è ancora lì: hai fatto più di
una volta un colpo che nemmeno Tiger, ma inconsciamente c’è
qualcosa che ti fa sentire anni luce dietro Tiger.
E questo ti limita e frena la tua crescita.
Questo perché la tua mente ha consolidato un’
idea ben precisa del tuo livello ed ha stabilito dei confini ben
definiti.
Le piccole sortite fuori da questi confini ti
danno una temporanea soddisfazione, ma poi per forza di cose
ricadi nella tua ZdC.
In altre parole sai già giocare ad un livello
superiore a quello attuale ma non riesci a farlo in modo
regolare e costante perché la tua mente ti pone dei limiti di
cui spesso non sei consapevole.
La tua mente, adagiata sulla poltrona della tua
attuale ZdC, ti impedisce di ottenere una serie continua e
regolare di quei ‘tiri perfetti’ (che è tipica dei campioni) e
quindi di ottenere dei risultati significativi al di sopra del
tuo attuale livello.
Ecco perché potrà capitarti, durante un gioco, di
fare bene nella prima parte del percorso, per poi decadere nella
seconda parte. Oppure fare uno o due giri eccezionali nell’arco
di qualche giorno, seguiti da cupe settimane di gioco inglorioso
e frustrante.
Quello che accade è che sommando i risultati
eccellenti con i risultati normali, la media ricade nella tua
attuale ZdC e fin qui va tutto bene se il tuo obiettivo di
miglioramento rimane qui dentro.
Ma se stai leggendo questo articolo, forse vuol
dire che stai cominciando a provare il desiderio di andare oltre
i tuoi risultati attuali.
E a questo punto hai capito perché è così
importante allargare la tua ZdC.
Come si espande la ZdC?
Il primo passo in questa direzione è individuarne
i confini.
E successivamente intraprendere le azioni che
consentano di allargarli in modo da rendere raggiungibile il tuo
obiettivo di miglioramento, per esempio la riduzione dell’hcp.
La procedura di individuazione della ZdC è
abbastanza semplice. Solitamente si fa durante la prima sessione
di Allenamento Mentale.
Ti propongo un semplice esercizio.
Mettiti in un luogo tranquillo in cui sei sicuro
di non essere disturbato per almeno 20 minuti.
Scrivi questa frase:
“Io mi sento perfettamente sicuro e perfettamente
in grado di realizzare il punteggio di ____ “
Parti con un punteggio molto più alto di quello
che il tuo attuale hcp ti consente, in modo che la prima volta
che fai questa affermazione (possibilmente a voce alta)
tu ti senta sicuro di te al 100%, ovvero questa affermazione sia
vera per te al 100%.
Nel passo successivo, abbassa il punteggio di un
colpo, ripeti l’affermazione nuovamente e nota quanto la senti
vera per te. Se la tua sicurezza è ancora al 95÷100%, continua
ad abbassare il punteggio di un punto alla volta fino a quando
non sei più tanto sicuro di poter realizzare quel punteggio.
Supponiamo, per esempio, che tu parta da 91 per
poi scendere a 90, 89, 88 (su cui ti senti sicuro al 95÷100%) ma
quando arrivi a 87 cominci ad avere dei dubbi o delle sensazioni
di scarsa sicurezza riguardo alla tua capacità di farcela
(magari perché senti una vocina interna che ti dice:”Ma chi
credi di prendere in giro?!?” o provi una sensazione che ti
fa capire che non ti senti coerente con quell’affermazione).
Complimenti! Hai appena scoperto che, nel tuo
ruolo di giocatore di golf, 88 è la tua attuale ZdC.
Finché la tua ZdC rimane questa, ci saranno
sempre delle interferenze che faranno di tutto per mantenerti
bloccato dove ti trovi.
Ora però abbiamo ottenuto un primo risultato
molto importante: sappiamo su cosa lavorare con l’allenamento
mentale per liberarti da questo blocco e migliorare il tuo
punteggio.
In questa fase una o più sequenze di allenamento
mentale permetteranno di:
-
a) individuare e ripulire le convinzioni e le
sensazioni limitanti che ti impediscono di sfruttare al
meglio la tua capacità di migliorare i tuoi risultati e
quindi la tua soddisfazione di gioco.
Le convinzioni e le sensazioni limitanti possono essere del
tipo più diverso a seconda del giocatore, della sua
esperienza, ma non solo.
-
b) creare e consolidare per te un gioco
mentale personalizzato che ti guidi in modo coerente e
congruente verso il tuo obiettivo di miglioramento.
Nell’esempio specifico, la prima fase di
allenamento mentale ti porterà a essere sicuro al 100% di
realizzare in modo costante e regolare un punteggio di 87.
Questo vuol dire che hai neutralizzato lo stress,
l’ansia, le sensazioni e convinzioni limitanti, nonché il
critico interno che magari è sempre lì a ricordarti: “87 è
troppo per te, non ce la farai mai!!!!” oppure :”Ok, ce
l’hai fatta, ma sai bene che non durerà!!!”, etc …..
Ma vuol dire anche che al raggiungimento di
questo punteggio puoi ora associare una maggiore sicurezza,
calma e congruenza nei prossimi giri che farai, perché ora
queste intenzioni positive cominceranno a far parte della tua
abitudine di gioco. Insomma hai allargato la tua ZdC.
Fatto questo si passerà a 86, 85, 84 ……..
ampliandola ulteriormente.
Questo contribuirà a farti sentire più a tuo agio
e sicuro di te quando andrai in campo la prossima volta.
In altre parole, se adesso ti senti a tuo agio
con un certo hcp, presto comincerai a sentirti a tuo agio con
hcp-1, -2, -3 ……..
…. e questa nuova crescente fiducia sulle tue
abilità avrà un impatto positivo sul tuo gioco e sul tuo
vantaggio nei confronti degli altri giocatori.
Ben oltre quello che, adesso, la tua attuale ZdC
ti permette di immaginare.
Se hai delle domande sui
contenuti di questo articolo, scrivi a
info@sportmentale.it
A presto
Francesco Pattarello
Art.#6
: L’esperienza della zona
Come attivare il gigante che abbiamo dentro di noi per giocare
ed essere al meglio del nostro potenziale
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Francesco Pattarello detiene tutti i diritti di questo ebook.
Nonostante la massima cura nella redazione di questo testo,
l'autore non può assumersi la responsabilità dei risultati che
il lettore tenterà di ottenere usando il metodo e le tecniche
proposte e proprio per questo, resto a sua disposizione per
valutare insieme a lui la soluzione di eventuali difficoltà
specifiche ed aiutarlo a superarle con un coaching
personalizzato.
Questo ebook ha solamente scopi informativi.
In altre parole ciò che fai con le informazioni contenute in
questo documento è sotto la tua totale responsabilità.
Non sei obbligato a leggerlo nè a credere a niente di quello che è
scritto qui.
Sta solamente a te la decidere se cambiare il tuo attuale modo
di pensare e le tue abitudini in modo da migliorare il tuo gioco
nel golf.
Tu hai le chiavi.
Il mio compito è farti vedere quali nuove
porte potresti aprire e darti un’idea delle fantastiche
opportunità che potresti trovare dietro quelle porte.
Per essere più soddisfatto nel tuo sport preferito.
L'esperienza della zona: Il gigante
La
zona è quello stato mentale in cui il giocatore riesce ad
avere performance eccezionali.
Un
giocatore di golf, per esempio, che gioca in questo stato
mentale, è praticamente imbattibile nell’ambito del suo livello
di competizione ed è capace di prodezze che rimangono nella
memoria sportiva per anni.
Ma cosa
prova un giocatore quando è nella zona?
Se i
risultati di gioco sono per lo più oggettivi, l’esperienza della
zona può essere puramente soggettiva.
Spesso
infatti, un giocatore che sperimenta questo stato mentale e
fisico, descrive una sensazione di potenza che riesce a
esprimere senza sforzo, come se il suo corpo e i movimenti di
gioco fossero guidati da un motore con un turbo che ne aumenta
la spinta quasi istantaneamente.
Un
giocatore di golf in zona può sperimentare uno swing
estremamente fluido senza sforzo e senza tensioni negative.
Un
giocatore di tennis in zona, si trova a muoversi
ed a difendere il campo con estrema facilità, colpendo la palla
con incredibile potenza e precisione, divertendosi e senza
sforzo.
Ci si
trova, perché la cosa più incredibile è che questa
potenza non sembra controllata dal giocatore, almeno
consciamente, ma da qualche forza di cui non si riesce a
comprendere la provenienza.
Quasi
tutti i giocatori di un certo livello hanno sperimentato, in una
certa fase della loro carriera, questa sensazione di potenza, in
cui il gioco fluisce senza sforzo e con risultati estremamente
soddisfacenti, anzi stupefacenti.
E
purtroppo questo è successo solo per un breve periodo, un giro
di golf, un torneo di tennis, oppure solo per qualche attimo di
gioco.
Un
attimo che però ci è stato sufficiente per renderci conto di
quanto possiamo essere potenti quando siamo al meglio del nostro
potenziale.
E molti
si stanno ancora chiedendo ‘come ho fatto quella volta?’,
perché purtroppo sembra che, per molti giocatori, questa
sensazione di potenza arrivi spesso inaspettatamente e,
altrettanto inaspettatamente, se ne vada.
Sono
molti i giocatori che vorrebbero capire come sia possibile
disporre di questa potenza quando serve, o meglio, per tutta la
durata del gioco o almeno nei momenti di gioco decisivi o
critici.
Non so
se ricordi quel dispositivo chiamato booster che veniva
installato qualche anno fa in alcune auto di serie per avere più
potenza attraverso l’attivazione di un turbo: era una specie di
pulsante che il guidatore poteva usare a sua discrezione per
avere più potenza dal motore.
Hai mai
provato a immaginare come sarebbe il tuo gioco se fosse
possibile avere un comando a tua disposizione che ti permetta di
avere ‘prestazioni da zona’ quando lo desideri?
La
potenza che abbiamo dentro di noi, e che può darci questa
possibilità, risiede nella mente inconscia, una specie di
gigante interiore, che guida tutto ciò che facciamo e
immagazzina tutte le nostre esperienze, memorie e pensieri,
pronto a richiamarle nei momenti che ritiene più opportuni.
La
nostra mente inconscia è il nostro servo fedele, il gigante, e
fa letteralmente quello che le chiediamo di fare.
Non è
nostra amica.
Non è
nostra nemica.
Semplicemente segue alla lettera la nostra intenzione su
quello che vogliamo ottenere in una specifica situazione.
Se noi
ci poniamo un certo obiettivo, quindi definiamo la nostra
intenzione, la mente inconscia ci fa mettere in atto tutte
quelle azioni che ci permettono di realizzare quell’obiettivo.
Per
questo è importante che l’obiettivo sia ben formato, in
modo da dare le giuste istruzioni ed essere il più specifici
possibile.
Quando
un giocatore si trova nella zona, la mente conscia si
tranquillizza, è come se si svuotasse mettendo a tacere il
dialogo interno, e questo permette alla più potente mente
inconscia, il gigante, di condurre al meglio la prestazione in
modo automatico, o inconscio.
Insomma, in quel momento l’effetto di tutte le interferenze, sia
interne che esterne, che sottrae potenza ad un gioco ottimale
viene neutralizzato e il corpo ‘performa’ al meglio che
ha imparato a fare.
Dico
imparato a fare, perché questo gigante ha una memoria
elefantiaca, ricorda tutto quello che abbiamo pensato, imparato
e fatto nella nostra vita.
Per cui
se almeno una volta abbiamo fatto uno swing perfetto, un
servizio eccezionale o una ricezione perfetta, magari
consciamente possiamo anche non ricordarlo, ma la mente
inconscia ricorda perfettamente tutti i dettagli di quel
momento, ovvero i nostri pensieri, la postura, i movimenti con
la relativa forza muscolare impiegata, la velocità con cui li
stavamo eseguendo, le sensazioni che provavamo, il livello di
concentrazione, etc…
Insomma
un’ enorme mole di informazioni che non è possibile ricordare e
gestire consciamente, ma che è lì pronta ad essere richiamata.
Il
gioco eccellente che abbiamo fatto in certi momenti della nostra
vita è lì dentro, nella nostra memoria inconscia, ed è possibile
esprimerlo al meglio in modo automatico attraverso il controllo
della mente inconscia, quando la mente conscia è tranquillizzata
e le interferenze neutralizzate.
Molti
sono curiosi di sapere come si accede alla zona.
In
realtà una domanda più corretta da porsi è come sia possibile
neutralizzare quelle interferenze che penalizzano il nostro
potenziale e impediscono ad un essere umano essere in zona e
di rimanerci, possibilmente senza bisogno di trascorrere vent’anni
di meditazione in un monastero tibetano.
L’esperienza della zona : Un esercizio
Come
dicevamo nella prima parte, l’esperienza della zona è
puramente soggettiva.
Ed
infatti ogni campione, o fuoriclasse, ha il suo metodo, lo vive
e lo descrive in modo assolutamente personale.
Magari
lo ha elaborato in anni ed anni di gioco e di tentativi prove
ed errori fino ad arrivare ad una tecnica che funziona quasi
sempre.
Molti
psicologi dello sport consigliano di praticare ogni giorno una
tecnica che prevede di ‘non pensare a nulla mentre fai il
colpo!’.
Il modo
per essere nella zona è fortemente legato agli schemi
mentali che una persona adotta in base alle proprie convinzioni,
pensieri, esperienze e insegnamenti che ha ricevuto.
Se ti
va, prova a fare questo semplice esercizio mentale (prima
leggi tutto fino alla fine e assicurati di aver ben compreso le
istruzioni).
Mettiti
in un luogo tranquillo in cui sei certo di non dover fare niente
che richieda la tua completa attenzione. Scegli un luogo in cui
puoi rilassarti e sei sicuro di non essere disturbato per circa
15 minuti.
Per
esempio puoi metterti steso sul divano di casa tua.
Fai
qualche respiro profondo e chiudi gli occhi.
Pensa
ad una volta della tua vita in cui hai avuto una performance da
zona: potrebbe essere un’ esperienza sportiva o una
qualsiasi altra esperienza in cui tutto ciò che desideravi stava
avvenendo o lo stavi realizzando in modo automatico, facilmente,
senza sforzo e perché no, magari divertendoti.
Puoi
farti una domanda del tipo: ‘Che
cosa ho provato in una di quelle situazioni in cui tutto ciò che
facevo riusciva facilmente e mi sentivo al meglio delle mie
capacità?’
E
lascia che la tua memoria ti proponga delle esperienze di questo
tipo.
Probabilmente sono più di una. Inizia da quella che ti piace di
più.
Fai
caso a quello che vedevi, ascoltavi e provavi mentre avevi
questa performance eccezionale. Goditi la scena e le emozioni
positive legate a questa esperienza.
Quando
hai fatto, ritorna all’inizio dell’esperienza e cerca di capire
cosa all’inizio della prestazione ha attivato il tuo accesso
alla zona: è stato qualcosa che hai visto (p.e. il colore
del campo)? è stato un suono o una voce che hai sentito (p.e. il
rumore del colpo sulla pallina, un suono o una parola detta con
un tono particolare)? oppure è stata una sensazione che hai
provato (p.e. il contatto con la tua racchetta, con il tuo ferro, la sensazione del camminare sul terreno).
Insomma
cerca di capire a livello sensoriale cosa ti ha fatto provare
quell’esperienza che per te rappresenta un esempio di
‘accesso alla zona’.
Ripeti
questa immaginazione con altri episodi di zona che la tua
mente inconscia ti propone, quando adeguatamente interrogata.
Fai
caso quali sono i fattori in comune tra le varie esperienze di
zona, specialmente per quanto riguarda il momento in cui
iniziano.
E’
questo quel momento magico, la soglia della zona,
che una volta varcata ti permette di avere a disposizione le tue
risorse più potenti, risvegliando quel gigante che dorme dentro
di te, e di giocare al tuo meglio.
(Qui
finisce l’ esercizio, hai letto fin qua, ora, se ti va, fai
l’esercizio e poi prosegui la lettura)
A
questo punto alcuni possibili risultati possono essere:
- sei
riuscito ad accedere alla zona abbastanza facilmente: ma allora
cosa ti impedisce di farlo in modo regolare quando ti occorre?
-
potresti aver avuto difficoltà o impedimenti a entrare nella
zona: riesci a capire quali sono questi impedimenti?
Perché,
se non lo hai ancora capito, la questione non è come accedere
alla zona, ma piuttosto come ri-accederci e rimanerci nelle
situazioni in cui ci serve.
L’esperienza della zona : Neutralizzare le interferenze
Mi
spiego meglio.
Leggi
attentamente la frase che segue.
Noi siamo quello che siamo quando siamo al nostro meglio.
Lo
ripeto perché è importante.
Noi siamo quello che siamo quando siamo al nostro meglio.
La
zona non è altro che il nostro naturale stato mentale, lo
stato in cui riusciamo a ri-accedere quando mettiamo a tacere
tutte le interferenze.
Ecco
alcune di queste interferenze
Il
dialogo interno, quella vocina estremamente critica, magari
anche stridula, che ci dice cose molto poco simpatiche. Spesso
attraverso il dialogo interno ci diciamo cose tali che se ce le
dicesse un estraneo, lo denunceremmo.
Il
dialogo interno è una delle cause del fatto che le semplici
affermazioni positive non funzionano.
Per
esempio tu puoi entrare in gioco facendo questa affermazione
‘Oggi sono in forma smagliante!’ , ma se poi il tuo critico
interiore ti dice ‘Stupidaggini, ma chi vuoi prendere in
giro?’, quell’ affermazione non funzionerà.
Altre
interferenze negative.
Tensione
Stress
Ansia
da prestazione
Scarsa
fiducia nelle tue capacità
Zone di
Comfort
Rabbia
Pensieri di problemi personali che non riesci a lasciare fuori
dal campo di gioco….
Etc ….
La vera
questione è che, senza queste interferenze, noi potremmo vivere
continuamente nella zona, perché la zona altro non
è che il nostro naturale stato fisico e mentale di esseri umani.
La
questione è neutralizzare e ripulire queste interferenze, perché
se lo fai, in un tempo relativamente breve, essere nella zona
ritornerà ad essere una cosa normale.
Ritornerà, perché quando non sapevi ancora parlare, sei stato in
grado di imparare a camminare e fare altre cose tra mille
cadute, pianti e altri piccoli incidenti, semplicemente copiando
quello che facevano i grandi.
Hai
imparato velocemente a usare muscoli che nemmeno sapevi di
avere. E lo hai imparato talmente bene che nel giro di pochi
mesi correvi senza nemmeno doverci pensare.
A
quell’ età eri, anzi tutti noi eravamo, nella zona.
L’età
in cui fai tutto con curiosità e divertimento e impari a fare le
cose velocemente e senza sforzo, cose gradualmente più
difficili, con estrema facilità e senza doverci pensare.
A
quell’età non hai il dialogo interno, non sai cos’ è lo stress,
e la tua curiosità e voglia di imparare superano ogni paura ed
ansia da prestazione.
Purtroppo man mano che cresciamo accumuliamo condizionamenti
limitanti che ci spingono a rendere le cose più complesse.
Diventando adulti ci divertiamo sempre di meno.
E,
guarda un po’, anche le cose riescono sempre meno bene.
Riescono in modo meno naturale.
E ci
convinciamo che sia necessario uno sforzo conscio sempre più
consistente.
E
quando ci ritroviamo a vivere o giocare o agire nella zona,
gridiamo al miracolo, quando invece è semplicemente il
riaffacciarsi di un’esperienza che abbiamo già sperimentato in
passato, e che la nostra mente ha ancora nella sua memoria.
Si
tratta di rispolverare queste memorie e di riattivare queste
risorse che abbiamo dentro di noi.
E’
qualcosa che già abbiamo, è una potenza che può esprimersi
liberamente nel momento in cui impariamo a neutralizzare gli
impedimenti che la frenano.
La zona
è uno stato estremamente potente che può aiutarti a superare i
limiti che interferiscono con l’ottenimento di risultati che, in
termini di performance, non avresti mai potuto immaginare
possibili per te.
La zona.
Cercala,
ri-trovala, re-impara a viverci e a giocarci.
Re-impara a
vincere divertendoti.
E fa vedere
al mondo di cosa sei capace.
A
presto
Francesco Pattarello
Art.#7
: Il modellamento

In
questo articolo darò una breve panoramica del
concetto di modellamento, fondamentale per chi sia interessato a
migliorare le proprie prestazioni non solo nello sport ma anche
in altre attività.
Le origini
Thomas
Jefferson, un presidente americano, diceva: “ Se due persone si
incontrano e si scambiano un dollaro, ciascuna di loro se ne
andrà con un dollaro. Ma se le stesse persone si scambiano
un’idea, ciascuna se ne andrà con due idee”.
Questa
frase esprime, sotto molti aspetti, il potenziale generativo del
modellamento, che consiste essenzialmente in uno scambio di
competenze.
Se per
esempio, vediamo che qualcuno è più abile di noi a fare qualcosa
che vorremmo saper fare, abbiamo almeno un paio di possibilità
di comportamento:
a)
sentirci inadeguati e invidiarlo e quindi rimanere bloccati in
una situazione priva di risorse,
oppure
b) armarci
di un po’ di umiltà e prendere a modello il modo in cui quella
persona fa quello che fa, in modo da avere la sua abilità e
quindi gli stessi risultati.
Un bambino
impara a camminare guardando chi lo sa già fare bene. Non si
pone il problema che sia facile o difficile. Non si sogna
neanche lontanamente di pensare che possa essere impossibile.
Osserva e mette subito in pratica. Cade. Piange un po’. Osserva
di nuovo e poi riprova e lo fa fino a quando non ha imparato.
E tieni in
conto questo: il bambino non sa ancora parlare quando impara a
camminare e quindi non può intervistare l’adulto e chiedergli
come fa a sollevare una gamba e rimanere in equilibrio
sull’altra mentre si sposta in avanti. Al bambino viene naturale
modellare gli altri e lo fa con rapidità e precisione
stupefacenti.
Da adulti
abbiamo le stesse opportunità di modellare le altre persone,
prendendone solo le strategie efficaci o per lo meno solo quelle
che ci interessano in funzione del nostro specifico obiettivo.
Quindi il
modellamento consiste nel trovare una persona che eccelle nello
stesso settore in cui vogliamo ottenere risultati soddisfacenti
e nel prenderne a prestito le strategie.
Questo ha
dei vantaggi per entrambi: il ‘modellatore’ impara a ottenere
risultati simili se non uguali a quelli del ‘modellato’, mentre
il ‘modellato’ diventa maggiormente consapevole delle strategie
che mette in atto, spesso in modo inconscio, e ha la possibilità
di individuare delle potenziali aree di miglioramento.
La PNL
stessa è nata da un processo di modellamento. Richard Bandler
aveva effettuato intuitivamente un processo di modellamento
delle abilità linguistiche di due terapeuti eccellenti, Fritz
Perls e Virginia Satir, osservandoli di persona o in video
mentre operavano con dei clienti, e in questo modo era riuscito
a replicare molti dei loro risultati, facendo domande e usando
il linguaggio allo stesso modo.
Quando
John Grinder, che era un linguista, incontrò Bandler, rimase
stupito dell’abilità con cui quest’ultimo usava il linguaggio
per influenzare le persone. Nemmeno Bandler sapeva esattamente
quello che faceva, l’unica cosa che sapeva era che, in qualche
modo, aveva preso a modello Perls e la Satir.
Grinder
propose a Bandler:
“Se tu mi
insegni a fare quello che fai
(ovvero,
se mi aiuti a fare le cose che fai implicitamente in modo che
anch’io ottenga risultati simili ai tuoi), io ti dico cosa
che fai (ovvero, ti fornisco una spiegazione esplicita dei
processi e dei modelli che usi)”.
Modellare
implicitamente consente di sviluppare una competenza inconscia
del comportamento desiderato: è quello che fa il bambino quando
modella un adulto per imparare nuove abilità e comportamenti.
Ma per
creare una serie di modelli, tecniche e procedimenti che possano
essere replicati e insegnati agli altri, è necessario un certo
livello di modellamento esplicito.
Infatti
molte persone eccellenti in quello che fanno, non sempre sanno
esattamente quello che fanno, in quanto le loro competenze,
magari acquisite in anni ed anni di esperienza con prove ed
errori, sono per lo più inconsce e intuitive.
Una
prestazione competente di distingue in due componenti
fondamentali: la coscienza, che riguarda il sapere e la
competenza che riguarda il fare.
Spesso una
persona, svolgendo una certa attività, non ottiene il risultato
desiderato perché inconsapevolmente manca di alcune abilità (incompetenza
inconscia).
In una
fase successiva, è possibile per questa persona conoscere o
capire le abilità di cui ha bisogno, ma non riuscire ad
eseguirle (incompetenza conscia).
Lo studio
di un modello che ha ottenuto risultati analoghi può portare
questa persona ad acquisire le abilità che le permettono di
ottenere i risultati che desidera (competenza conscia).
L’esercizio ripetuto di queste abilità porterà poi quella
persona a svolgerle in modo automatico e spontaneo.
Ci sono
anche persone che sanno svolgere una certa attività con un certo
successo, ma non sanno quali processi o strategie mettono in
atto per ottenere quel risultato (competenza inconscia).
Rendere
espliciti questi processi e strategie può consentire a questa
persona di migliorare ancora la propria abilità e di estenderle
ad altri ambiti o trasferirle ad altre persone.
Saper
padroneggiare una certa abilità implica non solo la capacità di
‘fare quello che si sa’ ma anche ‘sapere quello che si fa’.
Il
processo
Abbiamo
detto che una delle parti fondamentali del processo di
modellamento è l’estrazione degli schemi, processi e strategie
usate dal modello di eccellenza.
Ci sono
vari modi per prendere come modello (ovvero modellare)
una persona per una prestazione sportiva in cui eccelle, per
esempio:
a)
chiedere alla persona di rievocare nella propria memoria
un’occasione in cui ha avuto una prestazione eccellente
b)
agire ‘come se’: in questo modo la persona si libera dei
limiti posti dalla realtà e usa pienamente l’immaginazione
accedendo alle proprie potenzialità latenti ed inutilizzate
Per un
modellamento efficace, l’osservazione del processo che si vuole
ricreare va fatta da diverse prospettive, che in PNL vengono
chiamate ‘posizioni percettive’ , dalle quali è possibile
raccogliere e interpretare utili informazioni.
La
prima posizione (io) è associata al punto di vista
personale, la seconda (tu) corrisponde alla percezione
dell’altra persona, la terza (loro) consiste
nell’osservare la situazione come farebbe un osservatore non
coinvolto; la quarta posizione (noi) è quella di un
osservatore che percepisce il sistema globalmente.
Dato che ‘la mappa non è il territorio’, ciascuno si forma la
sua mappa di una certa situazione e non esiste un’unica mappa
giusta di una certa esperienza, fenomeno o evento, osservare una
prestazione da diverse prospettive, o punti di vista, è
un’abilità essenziale per raccogliere informazioni utili sul
modello.
In
prima posizione abbiamo la possibilità di dare a noi stessi
una dimostrazione di una certa attività e analizzare come la
mettiamo in atto: dobbiamo vedere, sentire e provare
cinestesicamente dal nostro punto di vista.
In
seconda posizione, il modellamento consiste nel mettersi nei
panni della persona che vogliamo modellare, cercando per quanto
possibile, in base alle conoscenze che abbiamo di questa
persona, di agire e pensare come lei. Questo ci permette di
avere delle intuizioni importanti su aspetti significativi, ma
inconsci, dei pensieri e delle azioni della persona da
modellare.
In
terza posizione si tratta di osservare come testimoni non
coinvolti come la persona presa a modello interagisce con gli
altri, noi compresi. In questa posizione va sospeso ogni
giudizio e notato tutto quello che i nostri sensi percepiscono,
come fa uno scienziato quando osserva un fenomeno.
La
quarta posizione consente di ottenere una sintesi intuitiva
di tutte le prospettive coinvolte.
Lungi dal
voler dare una trattazione esaustiva qui mi limito a fornire una
sintesi semplificata delle varie fasi del processo di
modellamento in PNL.
·
individuare la persona esperta nella capacità che vogliamo
modellare e i contesti in cui applica questa capacità. Nel caso
del modellamento di uno sportivo, in questa fase vanno
considerati anche eventuali limiti di natura fisica.
·
raccogliere le informazioni sul modello nei contesti appropriati
e da diverse posizioni percettive. Iniziare raccogliendo
informazioni e intuizioni dalla seconda posizione e
successivamente riprodurre i risultati in prima posizione
e verificare poi dalla terza posizione ogni differenza
tra il vostro modo e quello della persona che modellate.
·
gli schemi
di comportamento e di pensiero raccolti in questo modo vanno poi
filtrati, mantenendo solo quelli rilevanti per il risultato
voluto, e successivamente organizzati in un ‘modello’ logico e
coerente
·
verificare
l’efficacia del modello ottenuto in questo modo in vari contesti
assicurandosi di ottenere i risultati desiderati
·
semplificare il più possibile il modello in modo da ottenerne
una versione elegante ed efficace nei contesti che ci
interessano.
Applicando
questo processo, la PNL ha permesso di mettere a punto un gran
numero di procedimenti, tecniche, strategie studiando le persone
eccellenti praticamente in ogni settore della competenza umana:
sport (varie specialità e discipline), apprendimento,
leadership, management, vendita, marketing, relazioni famigliari
e interpersonali, comunicazione, benessere.
A presto
Francesco
Pattarello
Art.#8
: 13 attitudini da campione
Cosa
distingue un campione dagli altri?
Nell'ambito del concetto
di Modellamento, di cui ho già parlato e che trovi in questa
stessa rubrica, illustrerò le 13 attitudini che sono state
osservate in coloro che sono eccellenti nella loro specialità
sportiva (e non solo) e che possono portare uno sportivo a
migliorarsi continuamente fino a diventare un campione.
Si tratta di un modello estratto dalla realtà: uno sportivo
eccellente dovrebbe potersi identificare in tutte.
Uno sportivo che non è
ancora eccellente probabilmente si potrebbe identificare solo in alcune scoprendo che
l'adozione delle altre può fare concretamente la differenza tra
la sua performance attuale e quella aderente al suo miglior
potenziale.
1) Un campione è
disponibile a fare pratica sul campo, non si accontenta delle
teorie. Ogni volta che impara qualcosa di nuovo, poi ne verifica
subito l’efficacia nella pratica e, se ne è soddisfatto, integra
questa nuova abitudine nel suo gioco.
2) Un campione impara un
pezzetto alla volta e gestisce le sfide man mano che si
presentano. Non perde tempo a porsi problemi teorici ma risolve
quelli reali se e quando si presentano, e solo in seguito ne
trae delle conclusioni utili per lui (vedi la mano parlante
di Nadal, ritornerò su questo argomento).
3) Un campione ha
imparato, consciamente o inconsciamente, a mettere in pratica il
processo di apprendimento dalla fase di incompetenza inconscia a
quella di competenza inconscia (vedi il mio
articolo "Modellamento/Le origini")
4) Il campione si spinge
oltre la propria zona di comfort ed è disponibile a fare ciò che
occorre per riuscire. (Arnold Schwarzenegger: “Quelle ultime
2 o 3 o 4 ripetizioni, ecco cosa fa crescere i muscoli. Ecco
cosa distingue un campione da chi non lo è. Se riesci ad
attraversare il periodo della fatica, questo ti renderà un
campione. Se non riesci ad attraversare il periodo della fatica,
allora lascia perdere. Ed ecco cosa manca alla maggior parte
delle persone: avere le palle – le palle per dedicarsi a questo
e dire solamente … “Non mi interessa cosa succede” . Non ho
paura di svenire in palestra … ho vomitato molte volte quando
facevo gli esercizi. Ma non importa, perché ora so che ne è
valsa la pena).
5) Separare gli
insegnamenti utili da quelli inutili: il campione si pone solo
domande funzionali al suo obiettivo e lascia perdere il resto.
Si focalizza sul suo obiettivo e non disperde la sua energia
fisica e mentale. (come dice Tiger Woods: Dal punto di vista
mentale sono il più forte).
6) Un campione ha
l'apertura mentale e
la volontà di verificare in campo nuove idee anche se non sempre
sembrano logiche. Prima di dire "Questa idea non funzionerà
mai per me" la prova e poi eventualmente esprime giudizi. Ed è
proprio così che scopre cosa funziona
meglio per lui.
7) Impegno e desiderio di
capire i principi che ci sono dietro le idee quando queste
funzionano per lui.
8) Nessuno è perfetto,
tutti commettono errori. Il campione agisce sapendo che nulla è
impossibile e trova un modo per individuare i blocchi e le
convinzioni limitanti (ovvero non funzionali ad un
gioco ottimale per lui) e per liberarsene. E se commette qualche errore
cerca di tirarne fuori un insegnamento utile. Quindi se qualcosa
va storto cerca di capire cosa ha sbagliato e fa un piano su
cosa e come farà meglio la volta successiva.
9) Il campione non da la
colpa agli altri se qualcosa non funziona. Si assume la
responsabilità per se stesso e per i risultati del proprio
gioco. E quando vince condivide il merito con tutto il suo
staff. Ha la volontà di valutare se stesso in modo regolare e di
imparare dalle critiche senza prenderle personalmente (vedi tra
gli altri, l’esempio di Valentino Rossi).
10) Il campione si spinge
il 20% oltre ciò che già conosce e più in là dei dati a sua
disposizione. Sa bene che non esiste fallimento ma risultati, e
che questi risultati gli offrono l’opportunità di imparare, di
crescere e di migliorarsi ancora. (vedi Valentino Rossi e la sua
maestria nello spingersi oltre quello che pensa essere il suo
limite attuale).
11) Il campione si pone le
domande giuste per vedere se è sulla giusta strada. Pensaci un
attimo: le domande che ti fai ti sono d’aiuto o ti bloccano?
12) Il campione frequenta
persone che sono migliori di lui e si cerca uno o più mentori ai
vari livelli tecnico, fisico e mentale. Perché sa che c’è sempre
qualcuno migliore di lui per ognuno di questi livelli. Si
guadagna la loro fiducia e il loro consiglio, chiede loro di
fargli da mentore, dimostrando con i fatti che è disponibile ad
imparare con umiltà.
13) Il campione verifica
se i risultati sono commisurati allo sforzo che sta facendo. Se
non lo sono, è disponibile a rivedere cosa può migliorare. Un
campione sa bene che anche un campione può migliorare ancora.
Vi sembrano attitudini
difficili da coltivare?
E chi ha mai detto che è
facile essere un campione?
Ma almeno abbiamo delle linee guida, possiamo
prendere l’esperienza eccellente altrui e modellarla per farla
nostra, risparmiando così tempo ed errori inutili, pur sapendo
che “errori” ne faremo comunque ma almeno sono nella direzione
giusta.
A presto
Francesco Pattarello
Disclaimer: I
prodotti e servizi di cui si parla in questo sito web servono a
migliorare le performance e la soddisfazione di persone che
aspirano a risultati importanti. In nessun modo queste tecniche
possono essere considerate trattamento o prescrizione per
malattie, sia fisiche che mentali. In nessun modo queste
tecniche possono essere considerate come sostituti di regolari
cure mediche e psicologiche.
©
2010 Francesco Pattarello
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